martedì 6 febbraio 2018

Francoforte, Paperworld e quella stronza di Clara


È capitato che un lo scorso weekend io sia stata a Francoforte. No, dai, non è capitato stavolta, era una cosa organizzata da tempo e con uno scopo ben preciso. Che non era quello di andare finalmente a vedere la città che ha dato i natali a quella stronza di Clara (l’amica di Heidi che si faceva comprare le amiche dal padre), ma di partecipare a Paperworld, la fiera della carta, della cancelleria, DELLA VITA.
Non ci sono andata a caso o perché sotto sotto sono una vera cartopazza (beh, quello in realtà lo sono, ma è un’altra storia), ma per un motivo preciso, per un progetto segreto, come dicono quelle brave. Che in realtà non è sto gran segreto, ma intanto ci stiamo lavorando. Dico “ci” perché in realtà la mente di tutto questo è mio fratello. 
Quindi siamo partiti da Treviso con un volo Ryanair, pagato la roboante cifra di euro diciannove andata e ritorno. Avendolo pagato così poco non potevamo pretendere che fosse anche in orario, quindi siamo arrivati in ritardo. Il poveretto che doveva consegnarci le chiavi del nostro Airbnb era sulle spine perché doveva tornare al lavoro, quindi una volta giunti a destinazione ci ha lanciato le chiavi, spiegato un paio di cose (tipo come scassinare la porta del bagno con un pratico coltello nel caso si bloccasse) e poi è fuggito via. E l’appartamento com’era? Posizione eccellente, molto centrale, ma era, come dire, ESSENZIALE. Del tipo che non c’era neanche un tavolo vero su cui mangiare. O degli asciugamani. Però c’erano dei calici da vino. Insomma, la vita è fatta di priorità.
Mancavano anche altre cose, ma ci arriverò più avanti.

Siamo andati a fare un giro per il centro della città e l’impressione che ho avuto è stata quella di un mix tra vecchio (non molto vecchio però, la città è stata bombardata durante la seconda guerra mondiale e quasi tutto il centro è stato distrutto) e nuovo (grattacieli con vetri a specchio, torri, centri commerciali super moderni). Abbiamo visto il Römer, il municipio caratteristico a cui non sono riuscita a scattare una foto decente perché era già buio, e la sua piazza con degli edifici davvero carini. 

Abbiamo visto da fuori anche la casa di Goethe, scoprendo che è stata presa a modello per disegnare la casa di quella stronza di Clara di cui sopra. Ma per davvero!
Dopo aver girato un po’ senza meta abbiamo puntato una sana birreria in cui mangiare e da cui salutare con la manina la mia dieta. Il locale, con molta originalità, si chiamava Paulaner e serviva carne cucinata in svariati modi, la mia scelta è ricaduta sul maiale con sopra formaggio, cipollotto e altra roba, con patate condite con altro maiale (pancetta) e cipolle, poi però un’insalatina per sgrassare. L’insalata non l’ho finita.

Prima di andare a letto avrei voluto camminare per 15 chilometri per digerire, così siamo finiti da Primark. Com’è, come non è, sono uscita da lì con una spesa del tutto sensata che mi è costata un totale di venti euro: una mascherina per dormire a forma di unicorno, un phon da viaggio color nero e bronzo e, soprattutto, un cuscino ergonomico di dimensione pari a centimetri 40x70. Perché, dovete sapere, all’appartamento mancavano anche dei cuscini decenti per dormire. Molto bene.

Il giorno successivo è stato il giorno della fiera: ho fatto il pieno di informazioni, di esclamazioni “Ma siete di Venezia? Amazing!”, di idee, di contatti, di bellezza (che Iddio benedica la cancelleria!). Con discreta mestizia devo invece ammettere che non ho fatto il pieno di omaggi. Alla fine qualcosa ho portato a casa, ma ero partita con l’idea di imbarcare una valigia apposta. Ecco, no. Ma va bene lo stesso dai. Non era quello lo scopo. 
Per fortuna non si poteva comprare niente al dettaglio, altrimenti sarebbe finita male, malissimo. Paperworld è una fiera pensata per le aziende, non per i privati, quindi non consiglio il viaggio a chi non ha un business a tema. 
 Con lo stesso biglietto si poteva anche accedere a Creativeworld (cartopazze level pro, pennini, stencil, bombolette spray, pennelli, tempere, robe) e a Christmasworld (il mio padiglione preferito è stato quello delle luminarie, dirò solo carrozza luminosa di Cenerentola alta 10 metri).
È stata un’esperienza davvero positiva.

La città di Francoforte purtroppo non l’ho potuta visitare più di tanto, il tempo era davvero ristretto. Però, se per caso vi trovate in zona, vi consiglio di prendere la Frankfurt Card per poter salire su tutti i mezzi e per sconti in musei e negozi. 

Per concludere il weekend con il brivido mio fratello ha pensato bene di dimenticarsi su una panchina dell’aeroporto una borsa (con dentro, tra le altre cose, la tazza di Starbucks per la mia collezione) e di ricordarsene subito dopo aver passato i controlli di sicurezza. Che pazze risate. Ha dovuto chiedere a un simpatico militare dotato di mitra di accompagnarlo all’uscita (“Ma poi posso rientrare con la stessa carta d’imbarco?” “Ma certamente!”), ha per fortuna trovato la borsa ma, pensa un po’, la carta d’imbarco non funzionava più per entrare. Io sono sbiancata, ho perso 8 chili, mi è venuta la tachicardia e ho cercato di escogitare un modo per farlo passare di nuovo tipo comprando un biglietto a caso per una destinazione random. Mio fratello invece è sparito per i meandri dell’aeroporto, pacifico, ed è riemerso dopo un po’ con una carta d’imbarco funzionante, mentre io l’ho chiamato tipo 80 volte nel panico.
Per fortuna è finita bene. Per fortuna non tutti sono ansiosi come me.
Io, comunque, sono riuscita a far stare nel bagaglio a mano il cuscino ergonomico di centimetri 40x70. Eroina.

Vi saluto, ci sentiamo alla prossima avventura.
Ma forse anche prima.

lunedì 22 gennaio 2018

Un inaspettato weekend ad Amsterdam

Inaspettatamente mi sono trovata a passare un weekend ad Amsterdam.
"Cosa vuol dire inaspettatamente?" vi starete chiedendo. Vuol dire che all'improvviso mi è stato detto "Ho un posto letto in più per il prossimo weekend, vieni?" Tempo dieci minuti avevo già scandagliato Skyscanner e preso il biglietto aereo. Come dico sempre: state attenti a propormi le cose, a invitarmi a casa vostra, a millantare posti letto liberi, perché poi io arrivo davvero.
Ero già stata in Olanda (o nei Paesi Bassi, o vabbè, avete capito) nel 1990 se non erro. Più o meno un vita fa. Era tempo di tornare.
Sono partita di venerdì sera e sono tornata domenica sera, proprio toccata e fuga. Però credo che due giorni siano sufficienti per vedere le cose fondamentali e anche qualcosa in più.

Prima cosa: vi consiglio l'Amsterdam Travel Ticket che vale per tutti i mezzi di trasporto, compreso il treno da e per l'aeroporto. Ve lo consiglio perché per il centro si gira principalmente in tram e le singole corse costano TREEURO. Sono pazzi. Io ho sbagliato e ho preso il Travel Ticket da due giorni convinta che sarebbe bastato, invece no, la giornata inizia a mezzanotte e, anche se arrivate tipo alle 22 come me, il venerdì è contato come giorno intero. Il ticket da tre giorni costa 26 euro.
In ogni caso, io la domenica sono andata dappertutto a piedi senza problemi. 

La prima mattina sono uscita relativamente presto, sulle 8.30, e in giro non c'era NESSUNO. Ma proprio nessuno. Solo i netturbini che pulivano le strade. C'è anche da dire che iniziava appena ad essere chiaro a quell'ora.
Sono andata lo stesso verso Museumplein (la piazza dei musei) e sono riuscita a fare delle foto alla scritta "I amsterdam" con quasi nessuno davanti, incredibile.
Ho fatto colazione in posto accanto al Van Gogh Museum che si chiama Blushing; non solo è un locale molto instagram, ma i camerieri sono belli da far paura (biondo, sposami! voglio darti dei figli!).
Alle 10 sono entrata al Moco (Modern Contemporary Museum) dove, fino al 31 maggio, sono esposte opere di Banksy e di Lichtenstein. Mi è piaciuto davvero molto e all'interno ero praticamente sola. È allestito molto bene e vi consiglio una visita se passerete per Amsterdam. Ho preso il biglietto online, ma se andate presto non è fondamentale.

Mi sono poi avviata verso il Museo di Van Gogh (biglietto comprato rigorosamente da casa, altrimenti si passa la vita in coda). Cosa vi devo dire, sono un'emotiva, ma mi sono davvero emozionata davanti ad alcune opere. Non serve neanche che vi dica quanto valga la pena andarci.
Ho invece saltato il Rijskmuseum, magari sarà per un'altra volta, ho voluto dare spazio ad altro.

Sono riuscita a conoscere dal vivo Patty, un'amica del Twitter, che gioia! E mi ha portato in giro per la città in quanto sensibilmente più esperta di me. Abbiamo girato il quartiere Jordaan e visitato negozietti stupendi. Su tutti segnalo De Pothumuswinkel, dove vendono solo timbri (grazie Anna per la segnalazione), Puccini Bomboni, cioccolateria, anche solo per il nome fenomenale, Like Stationery perché i quadernini e le penne vincono sempre su tutto.
Segnalo inoltre delle catene che possono interessare: Dille & Kamille (il paradiso, vendono cose per la casa, cancelleria, anche cibo, è tutto stupendo), Hema (più che altro per la cancelleria e le cosine carine a poco prezzo, è tipo il nosto OVS ma meglio) e Bijenkorf (la Rinascente olandese).
La sera per vari motivi sono stata a una cena con quaranta persone italiane e olandesi a Utrecht, cittadina davvero carina che conoscevo solo perché ci è nato Van Basten.

Il giorno successivo ho girato a piedi e sono stata a vedere il mercato galleggiante dei fiori, il Bloemenmarkt, carino ma niente di eccezionale. Poi il Begijnhof, un luogo dove abitavano le beghine, donne che non avevano preso i voti, ma dedicavano la propria vita all'assistenza di malati ed anziani (come ci suggerisce wikipedia). Un luogo che trasmette una pace incredibile.
Ho pranzato da Pancakes vicino alla stupenda stazione centrale mangiando (ma pensa un po') un dutch pancake, una specie di crêpe. Consigliatissimo, anche se ho fatto la coda per entrare e si paga solo con la carta. Ma ti regalano un portachiavi a forma di zoccolo, che amori.

Sono poi stata nella piazza principale, il Dam, dove si affaccia il Palazzo Reale (non sono potuta entrare a visitarlo perché in quei giorni c'era il re, maledizione a lui). Ho visto da fuori un paio di chiese, sono stata anche nel quartiere a luci rosse dove ho visto le vetrine ma non le prostitute (non che ci tenessi particolarmente) e ho girato un po' senza meta fino alle 16.15, orario in cui avevo prenotato la visita alla casa di Anne Frank. Nota bene: fino al 1° maggio la casa si può visitare solo comprando i biglietti on line, a causa di lavori di rinnovamento. 
All'interno viene fornita un'audioguida che spiega passo passo la storia degli abitanti dell'alloggio segreto. Pensare che hanno vissuto in quelle stanzette per due anni fa venire il magone.
Sono tornata con calma verso l'hotel e ho sistemato le mie cose per partire.
Il viaggio di ritorno è stato un concentrato della mia proverbiale sfiga: prima sono finita in un terminal di una tristezza rara in cui l'unico negozio vendeva vestiti Desigual, poi l'aereo ha ritardato di più di mezz'ora perché hanno dovuto togliere il ghiaccio che si era formato sulle ali. All'arrivo la navetta del parcheggio non mi ha aspettato e sono rimasta un quarto d'ora al freddo in attesa del giro successivo, poi non trovavo l'auto, poi era ormai mezzanotte e venti e iniziavo a chiedermi "Chissà se arriverò mai a casa".
Alla fine ci sono arrivata, sono anche andata a lavorare il giorno successivo e vissero tutti felici e contenti.
Adesso mi è rimasta la voglia di tornare anche in giro per l'Olanda.
Dai, magari la prossima volta.
Intanto, grazie E.

mercoledì 13 dicembre 2017

Cortina, Bressanone, mercatini di Natale e cartolerie

Durante il ponte dell'Immacolata ho pensato bene di fare qualcosa di assolutamente originale e per niente scontato: sono andata in montagna.
Ho passato tre giorni di quello che voleva essere relax ma che invece insommina, ma purtroppo è colpa mia, in questo periodo sono così serena che faccio concorrenza al personaggino Rabbia di Inside Out.
Dunque ero in Cadore, zona delle Alpi venete in provincia di Belluno (ma che tenta disperatamente di congiungersi all'Alto Adige e provate a dargli torto). 

Il weekend dell'8 dicembre si dà inizio alle danze della stagione invernale, quindi a Cortina d'Ampezzo fanno una cosa un po' tamarra che chiamano Fashion Weekend e, per esempio, organizzano un concerto gratuito di Jack Savoretti il 7 dicembre e tu arrivi l'8. Comunque vi consiglio di passare per Cortina la sera dell'8 perché in molti negozi si mangia e si beve aggratis (e non le solite pizzette, stavolta mi sono scofanata tartine con tartare di salmone) e si possono ascoltare pregevoli dj set... ma che ce frega, datemi da magnà.

Quest'anno poi si è addirittura messo a nevicare fortissimo, eravamo quindi nel bel mezzo di Vacanze di Natale '89; mancavano solo De Sica e una voce fuori campo che diceva "Anche quest'anno a Natale ci si ammazza dalle risate!" con Scatman in sottofondo.
Tra l'altro, per aumentare il trash, sono state avvistate Simona Ventura e Barbara D'Urso che giravano a braccetto per Corso Italia (via principale di Cortina).
Il giorno successivo la parola d'ordine è stata MERCATINI DI NATALEEE. Che non è una parola sola, ma vabbè dai. Quindi via, verso Bressanone, in Alto Adige. Che non è esattamente vicinissimo a dove alloggiavo (2 ore di macchina), ma ne è valsa la pena. 
Non ci ero mai stata, è una cittadina davvero graziosa e il mercatino di Natale nella piazza principale merita una visita. E potete bere vin brulè e portarvi a casa la tazza con i disegnini natalizi!
La cosa che mi interessa di più dei mercatini, di solito, è il cibo. E lì ho trovato l'impossibile: le patate intere con dentro la salsa allo yogurt, i panini con i wurstel, i pretzel, lo strudel bio, lo strauben (dolce fritto frittissimo buono buonissimo), zuppe di goulash, d'orzo, di verdure. Di tutto.


Se non volete mangiare al freddo la cosa diventa un po' complicata, non ci sono molti ristoranti e sono tutti piuttosto costosi. Quindi consiglio una zuppa in piedi in mezzo alla gente tutta la vita.
 
Un altro mio consiglio spassionato è quello di andare nella libreria/cartoleria che c'è prima di arrivare alla piazza principale. Si chiama Athesia ed è in via Torre Bianca 1, e propone una serie di biglietti, cartoline, penne, foglietti, adesivi davvero notevole. Io ci ho passato una buona mezz'ora, ma non sono molto normale, lo so. Piccolissimo particolare: non avevano libri in italiano. In Italia. Solo tedesco. Ok.

È molto carina anche la passeggiata sotto ai portici, ma non ho altri negozi da segnalare in particolare.
Una cosa molto bizzarra per un paese relativamente piccolo è la quantità di ristoranti di sushi che ci sono. Ne ho avvistati almeno tre. E due di cucina thailandese. Ma datemi dei canederli, per l'amor del cielo!
 
Concludo dicendo viva la neve, viva la montagna, un po' meno viva il traffico per tornare a casa, più dolci fritti per tutti.

martedì 5 dicembre 2017

Otto ore a Londra: cronaca di una pazza pazza giornata

Sottotitolo: SI. PUO'. FAREEEE

Toh, rieccomi. Sono ancora viva. So ancora (forse) scrivere.
Dopo un anno sono tornata qui perché questa follia ve la devo proprio raccontare. Sono stata a Londra. Anzi, precisiamo, sono stata a Londra in giornata.
Non per uno scalo durante un viaggio più lungo; ho preso il biglietto, sono partita la mattina e sono tornata la sera. Ed è stato fighissimo.

Verso fine ottobre mi è venuta questa idea di andare a Londra, però non volevo spendere eccessivamente per l'alloggio. Quindi ho deciso di fare una cosa solare e un po' pazza: ho preso i biglietti per sabato 25 novembre e via.
Sono partita dall'aeroporto Marco Polo di Venezia alle 7.35 con Easyjet, volo super tranquillo arrivato con ampio anticipo a Gatwick (alle 8.20 ora locale). Qui ho commesso un primo errore che mi ha fatto perdere tempo: non ho portato il passaporto e ho aspettato almeno mezz'ora al controllo documenti. Se avessi avuto il passaporto ci avrei messo 30 secondi perché c'erano mille postazioni per il controllo automatico ed erano tutte vuote.
Secondo errore: ho prelevato un po' di sterline da un bancomat in aeroporto e il cambio non era particolarmente favorevole. E ho preso un po' troppi soldi, col senno di poi forse sarebbe stato meglio pagare tutto con la carta di credito. Invece ho pagato col bancomat (e mi hanno addebitato DUEEUROECINQUANTA a transazione di commissioni). Bravona Laura. Vabbè, pace.

Con il treno Gatwick Express (il biglietto l'avevo prenotato tramite app da casa) in mezz'ora sono arrivata alla Victoria Station e poi... porca miseria, ero davvero a Londra.
Ho passato la prima mezz'ora a guardarmi in giro sorridendo come una pazza. Sono andata a piedi fino a Buckingham Palace a dire ciao alla Betty, c'erano un freddo, un vento e un sole incredibili.
Poi sono passata per Green Park e sono andata a prendere la metro. Oyster card e via.
Mi sono fermata a Piccadilly Circus e ho dato il via allo scopo principale per cui sono andata a Londra: lo shopping. Lo so, LO SO. Fatemi causa, ok? Avevo provato a prendere i biglietti per la mostra di Harry Potter alla British Library, ma erano ampiamente finiti più di un mese prima. Quindi sì al consumismo, sì alla bancarotta, sì all'incoscienza.

E via lungo Regent's Street verso Anthropologie. Qui il dramma. La disgrazia. Lo sgomento. Non avevano le tazze con l'iniziale. Anzi, non avevano quelle classiche che volevo io. IO SONO VENUTA DALL'ITALIA IN GIORNATA PER COMPRARMI LA TAZZA E QUELLA NON C'E'?? Avrei voluto dare fuoco al negozio. Invece mi sono trattenuta e, comunque, avrei comprato tutto il resto. Però mi sono detta "Magari in un altro Anthropologie ci sarà, farò un tentativo."
Nel frattempo sono entrata da Uniqlo però non ho preso niente. Se volete la mia opinione i maglioncini saranno anche di pura lana, ma sono sottilissimi e vestono poco.

Are you ready for la genialata? Sono andata da Kiehl's (lo so che c'è ovunque ma è una lunga storia che non posso raccontare) e bella paciarotta mi sono comprata un balsamo che era in sconto (ah, ho dimenticato di dire che era il weekend del Black Friday. Ma per caso, non ho preso i biglietti per quella data appositamente).
Trovate l'errore: un balsamo. Full size. Liquido. Ritorno con bagaglio a mano. Dopo essermi data della demente, non ci ho più pensato. Perché sono cretina, mi sembra evidente. Ma su questo ci torniamo sopra più tardi.
Ho continuato a camminare felice verso Leicester Square pensando che avrei dovuto mangiare qualcosa dato che, dopo la colazione alle 5 e 20 non avevo più ingurgitato niente ed erano ormai le 11.30 ora locale (ma per il mio stomaco le 12.30). L'unica cosa che mi teneva ancora in piedi probabilmente era l'adrenalina perché in condizioni normali io devo mangiare ogni 2 ore come i neonati. Erano 7 ore che non mangiavo, sono passata davanti a Shake Shack. Non mi ricordavo più che ci fosse anche a Londra! E niente, le mie gambe sono entrate da sole e mi sono mangiata l'hamburger della vita rimembrando i due che mi ero pappata a New York due anni fa.

Finito il pranzo via verso Covent Garden. Che meraviglia. Ma che meraviglia! Io sono stata a Londra un sacco di volte ma non l'avevo mai visto! Pazzah. Poi tutto addobbato per il Natale, una cosa stupenda.
E lì ho raggiunto l'obiettivo principale di questa gita: andare da Kikki.k. Se non sapete cos'è Kikki.k non potete essere miei amici. Dirò solo CARTOLERIA, AGENDE, PENNE, ADESIVI. E c'era il 20% di sconto! Lì, in mezzo alle cartopazze come me, mi sono sentita a casa. Ho comprato roba. Anche un po' roba a caso, MA CHE CI FREGA. L'acquisto principale è stato l'agenda, naturalmente rosa. E' fantastica.
Sono poi andata anche al negozio di The Ordinary, non avevo le idee molto chiare, però pensavo di trovare tutta la collezione al completo. Grosso errore. C'erano pochissime cose, ho arraffato delle boccette un po' a caso e pare che abbia indovinato. Ho preso anche il fondotinta, lo sto provando in questi giorni e, per costare 6 euro, è eccezionale.

Ho continuato a girare per quella zona (bellissima) e sono entrata in negozi a caso, ho comprato qualche burrocacao (Laura passione labbra idratate), la tazza di Starbucks di Londra (sì, faccio la collezione) e ho vagato senza meta.
Ho visto anche il teatro dove fanno Harry Potter and the Cursed Child, stavano preparando un allestimento sontuoso ma non era ancora del tutto visibile, peccato.
Mi sono poi diretta nella zona di Liverpool Street, dove avrei dovuto prendere il treno per andare all'aeroporto, così ho girato per la zona dello Spitafield Market. E ho trovato un altro Anthropologie dove - ovviamente - non avevano la tazza con l'iniziale. Quindi mi sono arresa e ho preso quella natalizia che inizialmente non mi convinceva, ma che ora amo.
Gira che ti rigira si era fatta una certa, quindi ho preso il treno per andare a Stansted. Perché sì amici, sono ripartita da un aeroporto diverso! Sul treno ha iniziato a venirmi l'ansia. "Forse non me lo faranno imbarcare questo balsamo da 200 ml di Kiehl's. Forse non saranno così bonaccioni come pensavo. Me lo faranno buttare! Santoddio, tutti quei soldi nel cesso, cosa faccio cosa faccio." Ho letto poi qualche commento sul comportamento del personale dell'aeroporto che si avvicinava più a quello delle SS che a Pollyanna, quindi una volta in aeroporto corri corri corri e cerca un posto dove vendono le boccette da 100 ml, corri corri corri in bagno a fare travasi sospetti cercando di non sprecare neanche una goccia del prezioso balsamo, poi corri corri corri ai controlli. "Beh, cosa vuoi che sia, ho anche comprato il fast track per passare avanti velocemente, sono ampiamente in anticipo, sono tranquilla."

Ecco, no.
Passare i controlli a Stansted è stato un incubo. Sembrava una puntata di Airport Security. Ad un certo punto si sono perfino tenuti il mio cellulare, hanno fatto passare le pene dell'inferno alla coppia con infante che era davanti a me, io intanto saltellavo canticchiando "Perdo l'aereo - perdo l'aereo - sono finitaaaa".
Mi hanno infine liberato, dopo i controlli c'erano mille mila negozi e io avevo ancora un po' di sterline da spendere, quindi mi sono persa via per un po'. Quando è uscito il gate mi sono incamminata e dietro l'angolo è spuntata la scritta: "Da qui ci metti venti minuti ad arrivare al gate, bitch" (ok, forse non c'era scritto esattamene così).
E quindi via come il vento, corri come una pazza schivando il mondo che invece è più intelligente di te e si era avviato per tempo. Corri corri corri fino al gate 2700 che era praticamente su Marte.

Alla fine ce l'ho fatta. Hanno iniziato ad imbarcare nel momento in cui sono arrivata. Ero sudata fradicia, FINITA.
Ma ho vinto io.
Sono salita sull'aereo. Mi hanno anche lasciato stare dalla parte del finestrino. Il volo è stato perfetto e siamo atterrati a Treviso in orario (quarto aeroporto del giorno, tanto per dire).

Ce l'ho fatta. HO VINTO. Sono stata a Londra in giornata.
(Mi ripeterò ma...) SI. PUO'. FAREEEEE.

martedì 8 novembre 2016

Giappone, le cose importanti: shopping

Io mi sono sempre considerata (a parte un folle periodo sui 15 anni) una persona moderata e con senso della misura per quanto concerne lo shopping. Non sono una pazza che esce e torna a casa con 15 borsette piene di vestiti, cosmetici e quant'altro. No, non lo sono.
Ecco, in Giappone ho perso il senno. Non riuscivo a smettere di comprare roba.
Non so come spiegarvelo senza passare per cretina, ma costava tutto così poco ed era tutto così dannatamente carino e puccioso che IO DOVEVO COMPRARE. E, maledizione, l'ho fatto.

Uno dei grandi luoghi di perdizione, il posto supremo dove comprare cose inutili e senza alcun senso è Don Quijote. Io sono andata in quello di Shinjuku a Tokyo, credo sia il più grande. Sono piani e piani di roba che va dai calzini di Hello Kitty, alla tutona intera di Pikachu, alla borsa di Hermès. Capite? SENZA UN CAZZO DI SENSO. È aperto 24 ore su 24, entri e non sai quando uscirai. La cosa più idota che ho preso lì (ma è una bella lotta con le altre) credo sia la maglietta da allenamento di Goku di Dragon Ball per mio fratello. Ovviamente quando gliel'ho data è impazzito.

In realtà comunque non serve neanche cercare i negozi di cose carine, sono tutti commoventi.
A Kyoto sono entrata per caso in un centro commerciale che si chiama Loft e ho perso il cervello. Lì ho preso - tra le altre cose - la mia nuova meravigliosa tracolla per la macchina fotografica rosa a pois bianchi. E ho stampato un sacco di foto! C'erano queste postazioni in cui si poteva collegare il telefono o inserire la scheda della macchina fotografica e stampare le foto facendo collage, mettendo sfondi carini e colorati, inserendo scritte. E costavano pochissimo.

Nei miei infiniti giri ho lasciato praticamente perdere i vestiti, a parte un paio di magliette; i miei acquisti si possono suddividere in tre grandi categorie: make up, cancelleria e varie

MAKE UP

C'erano questi negozi, tipo i nostri Tigotà per capirci, ma infinitamente più fighi, che vendevano le cose più meravigliose a davvero poco prezzo. Ho scoperto che le giapponesi hanno una leggerissima fissazione per i punti neri sul naso, ci sono reparti interi dedicati solo a quello: maschere peel off, cerottini, creme, roba che non ho capito cosa fosse.
La cosa più strana e meravigliosa che ho preso è il già citato eyeliner a forma di scettro lunare di Sailor Moon, non ci sono dubbi. Poi però ho anche comprato delle cose che dovrebbero essere degli impacchi per i piedi, ma non ne sono veramente certa. E degli impacchi idratanti per le dita delle mani. E un trattamento in due fasi per il naso. Forse, e dico forse, mi sono lasciata prendere un po' la mano con le maschere in tessuto. È che costavano così poco! Prima o poi le userò tutte, dai. E ovviamente ho anche preso la maschera per i piedi che fa il peeling, mia mamma l'ha già provata ed è eccezionale. Viene via tutta la pelle tipo serpente. 
Potrei descrivervi nei dettagli tutta la roba a tema make up che ho comprato, ma poi dovrei proprio uccidervi.

CARTOLERIA

Washi tape che costavano meno di un euro! Adesivi con gattini arrabbiati! Penne multicolori! Post it con gli alpaca! Mini fustelle con fiori di ciliegio! Timbrini! Insomma, il paradiso. A parte la già citata cartoleria Itoya di 12 (DODICI) piani, si trovavano cose bellissime ovunque. Non finirò mai tutto quello che ho comprato. Anche perché certe cose mi dispiace usarle.
Qui una foto esemplificativa ma assolutamente non esaustiva dei miei acquisti di cartoleria:

VARIE

Come potrei non parlare del souvenir dal Giappone per eccellenza? Ovviamente parlo dei Kit Kat ai gusti più strani. Io li ho presi al matcha, al lampone e alla zucca (a fine agosto erano già carichi come delle mine per Halloween, credo che neanche negli USA siano così invasati), ma solo perché non li ho trovati ad altri gusti.
La maglietta della vita, la maglietta di Sailor Mercury:
Poi portachiavi, la maglietta delle kurotamago (le uova nere), calzini con disegnati dei piccoli Monti Fuji, il sushi, i fiori di ciliegio, Hello Kitty, un personaggio che non ricordo, un altro personaggio che non mi sovviene probabilmente Rilakkuma (i calzini sono un altro souvenir tipico del Giappone e non sto scherzando), un cavo rosa per ricaricare il telefono con il pupazzino di Rilakkuma, le pellicole per la Instax Mini (se non le compri alla fonte, dove sennò?), dei cosi per fare le uova sode a forma di coniglio e di maiale, bacchette, le Tokyo Bananas, dei dolcetti buonissimi che cercano di venderti a ogni angolo a Tokyo, infine (per finta, perché altrimenti rimaniamo qua fino a domani) queste due pochette/portamonete/portacose che amo alla follia e che ho preso a Kyoto, anche se non ho ancora capito bene cosa farne:
 

Non sono meravigliose?
Bene, per oggi ho concluso, ma siccome sono passati quasi due mesi dal mio ritorno e non ne ho ancora abbastanza di parlarvi del Giappone, credo che scriverò un ultimo post di riepilogo. Portate pazienza.

Intanto posso solo dire viva il Giappone, viva lo shopping.

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