mercoledì 13 dicembre 2017

Cortina, Bressanone, mercatini di Natale e cartolerie

Durante il ponte dell'Immacolata ho pensato bene di fare qualcosa di assolutamente originale e per niente scontato: sono andata in montagna.
Ho passato tre giorni di quello che voleva essere relax ma che invece insommina, ma purtroppo è colpa mia, in questo periodo sono così serena che faccio concorrenza al personaggino Rabbia di Inside Out.
Dunque ero in Cadore, zona delle Alpi venete in provincia di Belluno (ma che tenta disperatamente di congiungersi all'Alto Adige e provate a dargli torto). 

Il weekend dell'8 dicembre si dà inizio alle danze della stagione invernale, quindi a Cortina d'Ampezzo fanno una cosa un po' tamarra che chiamano Fashion Weekend e, per esempio, organizzano un concerto gratuito di Jack Savoretti il 7 dicembre e tu arrivi l'8. Comunque vi consiglio di passare per Cortina la sera dell'8 perché in molti negozi si mangia e si beve aggratis (e non le solite pizzette, stavolta mi sono scofanata tartine con tartare di salmone) e si possono ascoltare pregevoli dj set... ma che ce frega, datemi da magnà.

Quest'anno poi si è addirittura messo a nevicare fortissimo, eravamo quindi nel bel mezzo di Vacanze di Natale '89; mancavano solo De Sica e una voce fuori campo che diceva "Anche quest'anno a Natale ci si ammazza dalle risate!" con Scatman in sottofondo.
Tra l'altro, per aumentare il trash, sono state avvistate Simona Ventura e Barbara D'Urso che giravano a braccetto per Corso Italia (via principale di Cortina).
Il giorno successivo la parola d'ordine è stata MERCATINI DI NATALEEE. Che non è una parola sola, ma vabbè dai. Quindi via, verso Bressanone, in Alto Adige. Che non è esattamente vicinissimo a dove alloggiavo (2 ore di macchina), ma ne è valsa la pena. 
Non ci ero mai stata, è una cittadina davvero graziosa e il mercatino di Natale nella piazza principale merita una visita. E potete bere vin brulè e portarvi a casa la tazza con i disegnini natalizi!
La cosa che mi interessa di più dei mercatini, di solito, è il cibo. E lì ho trovato l'impossibile: le patate intere con dentro la salsa allo yogurt, i panini con i wurstel, i pretzel, lo strudel bio, lo strauben (dolce fritto frittissimo buono buonissimo), zuppe di goulash, d'orzo, di verdure. Di tutto.


Se non volete mangiare al freddo la cosa diventa un po' complicata, non ci sono molti ristoranti e sono tutti piuttosto costosi. Quindi consiglio una zuppa in piedi in mezzo alla gente tutta la vita.
 
Un altro mio consiglio spassionato è quello di andare nella libreria/cartoleria che c'è prima di arrivare alla piazza principale. Si chiama Athesia ed è in via Torre Bianca 1, e propone una serie di biglietti, cartoline, penne, foglietti, adesivi davvero notevole. Io ci ho passato una buona mezz'ora, ma non sono molto normale, lo so. Piccolissimo particolare: non avevano libri in italiano. In Italia. Solo tedesco. Ok.

È molto carina anche la passeggiata sotto ai portici, ma non ho altri negozi da segnalare in particolare.
Una cosa molto bizzarra per un paese relativamente piccolo è la quantità di ristoranti di sushi che ci sono. Ne ho avvistati almeno tre. E due di cucina thailandese. Ma datemi dei canederli, per l'amor del cielo!
 
Concludo dicendo viva la neve, viva la montagna, un po' meno viva il traffico per tornare a casa, più dolci fritti per tutti.

martedì 5 dicembre 2017

Otto ore a Londra: cronaca di una pazza pazza giornata

Sottotitolo: SI. PUO'. FAREEEE

Toh, rieccomi. Sono ancora viva. So ancora (forse) scrivere.
Dopo un anno sono tornata qui perché questa follia ve la devo proprio raccontare. Sono stata a Londra. Anzi, precisiamo, sono stata a Londra in giornata.
Non per uno scalo durante un viaggio più lungo; ho preso il biglietto, sono partita la mattina e sono tornata la sera. Ed è stato fighissimo.

Verso fine ottobre mi è venuta questa idea di andare a Londra, però non volevo spendere eccessivamente per l'alloggio. Quindi ho deciso di fare una cosa solare e un po' pazza: ho preso i biglietti per sabato 25 novembre e via.
Sono partita dall'aeroporto Marco Polo di Venezia alle 7.35 con Easyjet, volo super tranquillo arrivato con ampio anticipo a Gatwick (alle 8.20 ora locale). Qui ho commesso un primo errore che mi ha fatto perdere tempo: non ho portato il passaporto e ho aspettato almeno mezz'ora al controllo documenti. Se avessi avuto il passaporto ci avrei messo 30 secondi perché c'erano mille postazioni per il controllo automatico ed erano tutte vuote.
Secondo errore: ho prelevato un po' di sterline da un bancomat in aeroporto e il cambio non era particolarmente favorevole. E ho preso un po' troppi soldi, col senno di poi forse sarebbe stato meglio pagare tutto con la carta di credito. Invece ho pagato col bancomat (e mi hanno addebitato DUEEUROECINQUANTA a transazione di commissioni). Bravona Laura. Vabbè, pace.

Con il treno Gatwick Express (il biglietto l'avevo prenotato tramite app da casa) in mezz'ora sono arrivata alla Victoria Station e poi... porca miseria, ero davvero a Londra.
Ho passato la prima mezz'ora a guardarmi in giro sorridendo come una pazza. Sono andata a piedi fino a Buckingham Palace a dire ciao alla Betty, c'erano un freddo, un vento e un sole incredibili.
Poi sono passata per Green Park e sono andata a prendere la metro. Oyster card e via.
Mi sono fermata a Piccadilly Circus e ho dato il via allo scopo principale per cui sono andata a Londra: lo shopping. Lo so, LO SO. Fatemi causa, ok? Avevo provato a prendere i biglietti per la mostra di Harry Potter alla British Library, ma erano ampiamente finiti più di un mese prima. Quindi sì al consumismo, sì alla bancarotta, sì all'incoscienza.

E via lungo Regent's Street verso Anthropologie. Qui il dramma. La disgrazia. Lo sgomento. Non avevano le tazze con l'iniziale. Anzi, non avevano quelle classiche che volevo io. IO SONO VENUTA DALL'ITALIA IN GIORNATA PER COMPRARMI LA TAZZA E QUELLA NON C'E'?? Avrei voluto dare fuoco al negozio. Invece mi sono trattenuta e, comunque, avrei comprato tutto il resto. Però mi sono detta "Magari in un altro Anthropologie ci sarà, farò un tentativo."
Nel frattempo sono entrata da Uniqlo però non ho preso niente. Se volete la mia opinione i maglioncini saranno anche di pura lana, ma sono sottilissimi e vestono poco.

Are you ready for la genialata? Sono andata da Kiehl's (lo so che c'è ovunque ma è una lunga storia che non posso raccontare) e bella paciarotta mi sono comprata un balsamo che era in sconto (ah, ho dimenticato di dire che era il weekend del Black Friday. Ma per caso, non ho preso i biglietti per quella data appositamente).
Trovate l'errore: un balsamo. Full size. Liquido. Ritorno con bagaglio a mano. Dopo essermi data della demente, non ci ho più pensato. Perché sono cretina, mi sembra evidente. Ma su questo ci torniamo sopra più tardi.
Ho continuato a camminare felice verso Leicester Square pensando che avrei dovuto mangiare qualcosa dato che, dopo la colazione alle 5 e 20 non avevo più ingurgitato niente ed erano ormai le 11.30 ora locale (ma per il mio stomaco le 12.30). L'unica cosa che mi teneva ancora in piedi probabilmente era l'adrenalina perché in condizioni normali io devo mangiare ogni 2 ore come i neonati. Erano 7 ore che non mangiavo, sono passata davanti a Shake Shack. Non mi ricordavo più che ci fosse anche a Londra! E niente, le mie gambe sono entrate da sole e mi sono mangiata l'hamburger della vita rimembrando i due che mi ero pappata a New York due anni fa.

Finito il pranzo via verso Covent Garden. Che meraviglia. Ma che meraviglia! Io sono stata a Londra un sacco di volte ma non l'avevo mai visto! Pazzah. Poi tutto addobbato per il Natale, una cosa stupenda.
E lì ho raggiunto l'obiettivo principale di questa gita: andare da Kikki.k. Se non sapete cos'è Kikki.k non potete essere miei amici. Dirò solo CARTOLERIA, AGENDE, PENNE, ADESIVI. E c'era il 20% di sconto! Lì, in mezzo alle cartopazze come me, mi sono sentita a casa. Ho comprato roba. Anche un po' roba a caso, MA CHE CI FREGA. L'acquisto principale è stato l'agenda, naturalmente rosa. E' fantastica.
Sono poi andata anche al negozio di The Ordinary, non avevo le idee molto chiare, però pensavo di trovare tutta la collezione al completo. Grosso errore. C'erano pochissime cose, ho arraffato delle boccette un po' a caso e pare che abbia indovinato. Ho preso anche il fondotinta, lo sto provando in questi giorni e, per costare 6 euro, è eccezionale.

Ho continuato a girare per quella zona (bellissima) e sono entrata in negozi a caso, ho comprato qualche burrocacao (Laura passione labbra idratate), la tazza di Starbucks di Londra (sì, faccio la collezione) e ho vagato senza meta.
Ho visto anche il teatro dove fanno Harry Potter and the Cursed Child, stavano preparando un allestimento sontuoso ma non era ancora del tutto visibile, peccato.
Mi sono poi diretta nella zona di Liverpool Street, dove avrei dovuto prendere il treno per andare all'aeroporto, così ho girato per la zona dello Spitafield Market. E ho trovato un altro Anthropologie dove - ovviamente - non avevano la tazza con l'iniziale. Quindi mi sono arresa e ho preso quella natalizia che inizialmente non mi convinceva, ma che ora amo.
Gira che ti rigira si era fatta una certa, quindi ho preso il treno per andare a Stansted. Perché sì amici, sono ripartita da un aeroporto diverso! Sul treno ha iniziato a venirmi l'ansia. "Forse non me lo faranno imbarcare questo balsamo da 200 ml di Kiehl's. Forse non saranno così bonaccioni come pensavo. Me lo faranno buttare! Santoddio, tutti quei soldi nel cesso, cosa faccio cosa faccio." Ho letto poi qualche commento sul comportamento del personale dell'aeroporto che si avvicinava più a quello delle SS che a Pollyanna, quindi una volta in aeroporto corri corri corri e cerca un posto dove vendono le boccette da 100 ml, corri corri corri in bagno a fare travasi sospetti cercando di non sprecare neanche una goccia del prezioso balsamo, poi corri corri corri ai controlli. "Beh, cosa vuoi che sia, ho anche comprato il fast track per passare avanti velocemente, sono ampiamente in anticipo, sono tranquilla."

Ecco, no.
Passare i controlli a Stansted è stato un incubo. Sembrava una puntata di Airport Security. Ad un certo punto si sono perfino tenuti il mio cellulare, hanno fatto passare le pene dell'inferno alla coppia con infante che era davanti a me, io intanto saltellavo canticchiando "Perdo l'aereo - perdo l'aereo - sono finitaaaa".
Mi hanno infine liberato, dopo i controlli c'erano mille mila negozi e io avevo ancora un po' di sterline da spendere, quindi mi sono persa via per un po'. Quando è uscito il gate mi sono incamminata e dietro l'angolo è spuntata la scritta: "Da qui ci metti venti minuti ad arrivare al gate, bitch" (ok, forse non c'era scritto esattamene così).
E quindi via come il vento, corri come una pazza schivando il mondo che invece è più intelligente di te e si era avviato per tempo. Corri corri corri fino al gate 2700 che era praticamente su Marte.

Alla fine ce l'ho fatta. Hanno iniziato ad imbarcare nel momento in cui sono arrivata. Ero sudata fradicia, FINITA.
Ma ho vinto io.
Sono salita sull'aereo. Mi hanno anche lasciato stare dalla parte del finestrino. Il volo è stato perfetto e siamo atterrati a Treviso in orario (quarto aeroporto del giorno, tanto per dire).

Ce l'ho fatta. HO VINTO. Sono stata a Londra in giornata.
(Mi ripeterò ma...) SI. PUO'. FAREEEEE.

martedì 8 novembre 2016

Giappone, le cose importanti: shopping

Io mi sono sempre considerata (a parte un folle periodo sui 15 anni) una persona moderata e con senso della misura per quanto concerne lo shopping. Non sono una pazza che esce e torna a casa con 15 borsette piene di vestiti, cosmetici e quant'altro. No, non lo sono.
Ecco, in Giappone ho perso il senno. Non riuscivo a smettere di comprare roba.
Non so come spiegarvelo senza passare per cretina, ma costava tutto così poco ed era tutto così dannatamente carino e puccioso che IO DOVEVO COMPRARE. E, maledizione, l'ho fatto.

Uno dei grandi luoghi di perdizione, il posto supremo dove comprare cose inutili e senza alcun senso è Don Quijote. Io sono andata in quello di Shinjuku a Tokyo, credo sia il più grande. Sono piani e piani di roba che va dai calzini di Hello Kitty, alla tutona intera di Pikachu, alla borsa di Hermès. Capite? SENZA UN CAZZO DI SENSO. È aperto 24 ore su 24, entri e non sai quando uscirai. La cosa più idota che ho preso lì (ma è una bella lotta con le altre) credo sia la maglietta da allenamento di Goku di Dragon Ball per mio fratello. Ovviamente quando gliel'ho data è impazzito.

In realtà comunque non serve neanche cercare i negozi di cose carine, sono tutti commoventi.
A Kyoto sono entrata per caso in un centro commerciale che si chiama Loft e ho perso il cervello. Lì ho preso - tra le altre cose - la mia nuova meravigliosa tracolla per la macchina fotografica rosa a pois bianchi. E ho stampato un sacco di foto! C'erano queste postazioni in cui si poteva collegare il telefono o inserire la scheda della macchina fotografica e stampare le foto facendo collage, mettendo sfondi carini e colorati, inserendo scritte. E costavano pochissimo.

Nei miei infiniti giri ho lasciato praticamente perdere i vestiti, a parte un paio di magliette; i miei acquisti si possono suddividere in tre grandi categorie: make up, cancelleria e varie

MAKE UP

C'erano questi negozi, tipo i nostri Tigotà per capirci, ma infinitamente più fighi, che vendevano le cose più meravigliose a davvero poco prezzo. Ho scoperto che le giapponesi hanno una leggerissima fissazione per i punti neri sul naso, ci sono reparti interi dedicati solo a quello: maschere peel off, cerottini, creme, roba che non ho capito cosa fosse.
La cosa più strana e meravigliosa che ho preso è il già citato eyeliner a forma di scettro lunare di Sailor Moon, non ci sono dubbi. Poi però ho anche comprato delle cose che dovrebbero essere degli impacchi per i piedi, ma non ne sono veramente certa. E degli impacchi idratanti per le dita delle mani. E un trattamento in due fasi per il naso. Forse, e dico forse, mi sono lasciata prendere un po' la mano con le maschere in tessuto. È che costavano così poco! Prima o poi le userò tutte, dai. E ovviamente ho anche preso la maschera per i piedi che fa il peeling, mia mamma l'ha già provata ed è eccezionale. Viene via tutta la pelle tipo serpente. 
Potrei descrivervi nei dettagli tutta la roba a tema make up che ho comprato, ma poi dovrei proprio uccidervi.

CARTOLERIA

Washi tape che costavano meno di un euro! Adesivi con gattini arrabbiati! Penne multicolori! Post it con gli alpaca! Mini fustelle con fiori di ciliegio! Timbrini! Insomma, il paradiso. A parte la già citata cartoleria Itoya di 12 (DODICI) piani, si trovavano cose bellissime ovunque. Non finirò mai tutto quello che ho comprato. Anche perché certe cose mi dispiace usarle.
Qui una foto esemplificativa ma assolutamente non esaustiva dei miei acquisti di cartoleria:

VARIE

Come potrei non parlare del souvenir dal Giappone per eccellenza? Ovviamente parlo dei Kit Kat ai gusti più strani. Io li ho presi al matcha, al lampone e alla zucca (a fine agosto erano già carichi come delle mine per Halloween, credo che neanche negli USA siano così invasati), ma solo perché non li ho trovati ad altri gusti.
La maglietta della vita, la maglietta di Sailor Mercury:
Poi portachiavi, la maglietta delle kurotamago (le uova nere), calzini con disegnati dei piccoli Monti Fuji, il sushi, i fiori di ciliegio, Hello Kitty, un personaggio che non ricordo, un altro personaggio che non mi sovviene probabilmente Rilakkuma (i calzini sono un altro souvenir tipico del Giappone e non sto scherzando), un cavo rosa per ricaricare il telefono con il pupazzino di Rilakkuma, le pellicole per la Instax Mini (se non le compri alla fonte, dove sennò?), dei cosi per fare le uova sode a forma di coniglio e di maiale, bacchette, le Tokyo Bananas, dei dolcetti buonissimi che cercano di venderti a ogni angolo a Tokyo, infine (per finta, perché altrimenti rimaniamo qua fino a domani) queste due pochette/portamonete/portacose che amo alla follia e che ho preso a Kyoto, anche se non ho ancora capito bene cosa farne:
 

Non sono meravigliose?
Bene, per oggi ho concluso, ma siccome sono passati quasi due mesi dal mio ritorno e non ne ho ancora abbastanza di parlarvi del Giappone, credo che scriverò un ultimo post di riepilogo. Portate pazienza.

Intanto posso solo dire viva il Giappone, viva lo shopping.

mercoledì 2 novembre 2016

Giappone, le cose importanti: cibo

(ovviamente il titolo è ironico)

Rieccomi, è tempo di parlare di cose serie, specifiche, fondamentali: come da titolo, roba da mangiare. Avevo scritto un post unico anche riguardante la roba da comprare, ma è risultato infinito, quindi lo dividerò in due puntate.

Se andrete in Giappone, mettetevela via: spesso, spessissimo, non avrete idea di quello che starete mangiando. La cosa meravigliosa è che nei menù ci sono praticamente sempre le foto del cibo, ma soprattutto nelle vetrine dei ristoranti ci sono le rappresentazioni in plastica dei piatti. In Giappone quella della creazione del cibo finto è una vera e propria arte, ci sono negozi specializzati solo in questo.
Però, lo stesso, troverete sempre nel piatto cose che BOH. Ma non avrà importanza, perché fondamentalmente è sempre tutto da buono a buonissimo. Mi è capitata solo una volta di prendere cibo così così ed è stato un bento comprato in saldo una sera alla stazione. Non ero troppo convinta, ho proprio sbagliato io.
A proposito di bento, anzi, per la precisione di ekiben: sono i pasti "in scatola" pronti che si comprano alla stazione e che si mangiano di solito durante un viaggio in treno. Ogni zona ha i suoi piatti tipici che vengono inscatolati in modo carinissimo e colorato. Bento ovviamente non è solo questo, i giapponesi li preparano anche da sè senza comprarli già pronti.

Dobbiamo parlare sicuramente di sushi, ne ho mangiato parecchio e non l'ho mai instagrammato. Mi dovrebbero chiudere d'ufficio il profilo. Comunque non mi pare il caso di partire col pippone "Ah che buono il sushi in Giappone", credo sia superfluo. Vi parlerò invece di quando sono andata a mangiare in un ristorante a Kyoto in cui, al posto del classico nastro trasportatore tipico dei ristoranti kaiten-zushi, i pezzi di sushi mi arrivavano in un modo estremamente sensato: con un piccolo treno shinkansen. E io lì a continuare a ordinare sushi a caso solo per saltellare sulla sedia e urlare "Il treno, arriva il treno, uiiii!".
Il sushi si poteva ordinare da uno schermetto senza alcun contatto con altri esseri umani QUESTA È CIVILTA'.
Trovare questo posto è stato un po' complicato perché non era in centro, ma un'altra sede dello stesso ristorante in centro a Kyoto non aveva il treno, che truffa.

Un'altra esperienza da fare è quella di andare a mangiare il ramen. Per prima cosa perché è buonissimo (almeno, nei due posti dove l'ho mangiato io) e poi perché è una prova di coraggio. La prova consiste nel resistere e non impazzire mentre ti trovi in mezzo a giapponesi che per tutta la durata del pasto non faranno altro che risucchiare rumorosamente spaghetti e zuppa e tirare su col naso. Risucchia - tira su col naso - risucchia - tira su all'infinito. Ma comunque ne vale la pena. Mi sogno ancora il ramen di Tokyo, grazie Iaia per il consiglio.

Altra cosa da dire è che ho finalmente capito come si sentono i tedeschi quando noi li guardiamo - giudicandoli - mangiare pasta bevendo cappuccino.
Io sono sicura, sicurissima, di aver fatto delle stronzate mangiando. Chissà quanto avranno riso di me. Ma non davanti a me, sono troppo carini ed educati. Anche solo per mangiare il tonkatsu (maiale fritto) sarò sicuramente riuscita a fare cose che non si dovevano fare. Ma, in fondo, chi se ne importa.

La cosa più strana che ho mangiato è stata di sicuro il già citato piatto a base di yuba (pelle di latte di soia), piatto tipico di Nikko.
Tra le altre cose che ho ingurgitato con gioia annoveriamo: l'okonomiyaki di Kyoto e quello di Hiroshima (con dentro anche yakisoba, una leggerezza che ciao), le crêpe sobrie e per nulla dolci di Harajuku, i buonissimi taiyaki (i pescetti ripieni di crema o fagioli azuki o cioccolato o altro) anche a forma di Hello Kitty, i takoyaki, le polpettine tipiche di Osaka con dentro il polpo, il (o la? boh) yakisoba, spaghettoni di grano saraceno saltati sulla piastra insieme a... roba, non so bene cosa, la tempura, presa nel locale più unto di Kyoto una sera che avevo la nausea (perché fare cose sensate MAI) ma eccellente, e poi, per concludere altrimenti continuerò a elencarvi piatti giapponesi per sempre, gelati, biscotti, cioccolato, bevande di Starbucks, té, Kit Kat, dolcetti e chi più ne ha più ne metta, tutto quello che ho trovato a base di matcha. Ho ancora due pacchetti di Oreo al matcha e non ho coraggio di aprirli, sennò li finisco in un attimo.

Bene, ho concluso. Adesso vado a piangere in un angolo perché non posso mangiarmi una ciotolona di ramen proprio qui, proprio adesso. Giappone, io ti amo in generale, ma ti amo ancora un po' di più per il tuo fantastico cibo.

venerdì 21 ottobre 2016

Gite da Kyoto: Nara, Hiroshima e Himeji

Stiamo arrivando alla fine, oggi vi parlo delle gite che ho fatto mentre alloggiavo a Kyoto: Nara, Himeji, Hiroshima e Miyajima.

NARA
Cervi, cervi ovunque! Fine.



No, dai, scherzo. Comunque ci sono davvero un milione di cervi che scorrazzano tranquilli e liberi per i parchi. Una cosa impressionante, sembra di essere in una favola. Poi ci sono anche le cacche dei cervi ovunque e la favola si ridimensiona un attimo, ma ehi, pazienza. La gente dava anche loro da mangiare, io non ho mica avuto coraggio.
A Nara ci sono veramente un sacco di templi in mezzo ai parchi e, dato che non sapevo quali visitare, ho deciso di seguire l'itinerario suggerito dalla Lonely Planet, anche se con qualche difficoltà. Forse è stata colpa del caldo assurdo che mi ha bruciato i neuroni.







Il più famoso è il tempio Todai-ji, al cui interno c'è un Budda gigantesco.




Ho girato parecchio nonostante il caldo e per pranzo ho mangiato udon freddi in mezzo alla foresta.

Mi sono perfino imbattuta in un matrimonio!

Insomma, grandissimi cuori per Nara, meta imperdibile.

HIROSHIMA E MIYAJIMA
Andare a Hiroshima è stato come prendere un pugno nello stomaco. Forte.
Il lancio della bomba atomica lo studi a scuola, pensi "Oddio, che disgrazia", ma vedere dal vivo quello che è stato è proprio tutta un'altra cosa.
Sono scesa dal tram, pioveva forte e mi sono trovata davanti all'A-bomb Dome, la cupola che non è stata distrutta nonostante fosse piuttosto vicina all'ipocentro. È lì, spettrale e indistruttibile.

Poi il monumento a Sadako, la bambina che ha ispirato il libro "Il gran sole di Hiroshima". Sotto al monumento ci sono le gru origami lasciate dai bambini di tutto il Giappone e dalle persone di tutto il mondo in segno di pace.


In linea d'aria con l'A-bomb Dome ci sono una fiamma che arderà fino a quando al mondo ci saranno armi nucleari e il cenotafio per le vittime della bomba atomica, entrambi di Kenzo Tange.


Sono stata al Museo della Pace, dove tutto è raccontato nei minimi particolari ed è stato un colpo al cuore, allo stomaco, a tutto. Sono stata fisicamente male. È stato sconvolgente. Non ho fatto foto all'interno del museo, non mi è sembrato giusto.

Ho preso un tram per ragiungere il porto e spostarmi a Miyajima, un'isoletta poco distante da Hiroshima.
Anche qui ho trovato cervi liberi (molto meno snob e arroganti di quelli di Nara, a dirla tutta).
Ho mangiato un okonomiyaki e poi sono andata a visitare il santuario di Itsukushima e ho visto il famosissimo torii fluttuante (fortuna ha voluto che ci fosse alta marea, quindi fluttuava sul serio. Con la bassa marea si può raggiungere a piedi).





Ci sarebbe stato da visitare un parco raggiungibile con la funivia, ma pioveva forte ed ero stanca, quindi ho lasciato perdere. Ho fatto un giro per i negozi e ho mangiato una tortina a forma di foglia di acero, simbolo di Hiroshima.

HIMEJI
Prima cosa da dire: si va a Himeji solo per il castello, perché, sostanzialmente, c'è solo quello da vedere. Ma merita. 
Appena si esce dalla stazione il castello si vede subito, è in fondo al viale driiiitto davanti a voi. Io quindi ho pensato "Ma cosa vuoi che sia, la faccio a piedi". BELLA CAZZATA. Se ci andate d'estate, non siate stupidi come me, prendete un autobus. Perchè non è così breve come sembra e vi scioglierete durante il tragitto.
Anche perché poi vi aspetterà - rullo di tamburi - La Scalata Scalza del Castello. Dopo vari giri all'esterno (dove ci sono mille mila alberi di ciliegio che in primavera devono essere commoventi) si entra nel castello e ci si deve levare le scarpe. E cosa c'è dentro al castello da vedere? Fondamentalmente NIENTE. È vuoto. Però ci sono veramente tante, tantissime scale ripidissime da fare (sei piani) e se si indossano dei calzini, si rischia di volare via e rompersi il femore. Altra cosa, dentro fa un caldo ancora più assurdo che fuori. Perché aprire le finestre per fare un po' di corrente, in effetti? Meglio che la gente svenga!

Capite? Loro vi segnano la strada così. Come si fa a non amarli?
Le scale poco ripide.

Prima ho detto che dentro al castello non c'è niente e non è vero, in cima c'è un piccolo tempio presso il quale bestemmiare comodamente i santi shintoisti (o buddisti, perché fare distinzioni) di cui si è già parlato in un post precedente. 
La domanda importantissima è: vale la pena farsi tutta la scalata dentro al castello? Non ne sono del tutto certa. Magari con venti gradi in meno è più fattibile. Tutto il giro fuori dal castello comunque è bellissimo.

Compresa nel biglietto c'era anche la visita ai giardini botanici, carini ma un po' bruciacchiati dal caldo.
 




Una cosa importantissima che non ho nominato sono le mascotte. Ce ne sono ovunque. Ovviamente quella di Nara è un cervo, mentre quella di Himeji è proprio il castello. E niente, io mi sono comprata i pelouche. Non sono adorabili? C'è anche il Monte Fuji.

Bene signori, il foto racconto del mio viaggio si conclude qui. Avrei ancora qualcosa da dire riguardo lo shopping e il cibo, che dite, vado? Procedo? Fantozzi, vadi lei? Attendo lumi.
E magari anche un riassuntone finalone. Vedremo.

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